L’intelligenza artificiale non è il problema. Lo è il modo in cui la usiamo.

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Da studente passavo ore tra enciclopedie, libri e biblioteche per raccogliere informazioni e costruire relazioni, temi e tesi. Oggi facciamo qualcosa di simile con l’AI, ma in pochi minuti. Il problema non è usare questi strumenti. Il rischio nasce quando smettiamo di verificare, approfondire e pensare con la nostra testa. In questo articolo rifletto sul rapporto tra AI, conoscenza e pensiero critico, e sul pericolo di un possibile “sonno dell’intelligenza” nella società contemporanea

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La competenza non basta più: nell’era dell’Intelligenza Artificiale sarà la capacità di fare domande a distinguere i professionisti.

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Nell’era dell’Intelligenza Artificiale il valore di un professionista non sarà più determinato soltanto dalle conoscenze che possiede, ma dalla capacità di formulare le domande giuste. Attraverso esempi che spaziano da Socrate a Leonardo da Vinci, fino all’esperienza dell’audit, questo articolo riflette su come curiosità, pensiero critico e capacità di interrogare la realtà rappresentino le competenze più preziose del futuro. Perché se l’AI può fornire risposte sempre più efficaci, resta all’essere umano il compito più importante: scegliere quali domande vale davvero la pena porre.

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L’Intelligenza Artificiale ci toglierà il lavoro? Forse la vera domanda è un’altra.

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L’Intelligenza Artificiale non rappresenta necessariamente la fine del lavoro umano, ma l’inizio di una sua profonda trasformazione. Come accaduto con le precedenti rivoluzioni tecnologiche, alcune attività scompariranno mentre ne nasceranno di nuove, valorizzando soprattutto creatività, relazioni, pensiero critico ed empatia. La vera sfida non sarà difendere il lavoro dall’AI, ma utilizzare questa tecnologia per migliorare la qualità della vita, ridurre le disuguaglianze e costruire una società in cui il progresso sia realmente al servizio delle persone.

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La democrazia non è un regalo, è un esercizio di consapevolezza

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Questo articolo riflette sul progressivo indebolimento della cultura democratica in Italia, partendo dalla stagione del Sessantotto, quando scuola e formazione venivano considerate strumenti fondamentali di emancipazione civile e partecipazione consapevole. Attraverso il confronto con la realtà odierna, segnata da descolarizzazione e crescente analfabetismo funzionale, emerge il rischio di una società sempre più fragile, incline ad affidarsi a leadership autoritarie e a rinunciare al pensiero critico. Un richiamo forte alla necessità di tornare a investire nell’educazione civica e nella cultura come basi essenziali della democrazia.

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Quando è stata l’ultima volta che hai messo in discussione ciò che sai… forse senza accorgerti che la realtà sta cambiando?

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Di Francesco Naviglio[1]

L’articolo riflette sul fenomeno dell’“analfabetismo di ritorno”, sottolineando che non riguarda solo una parte della popolazione, ma può coinvolgere chiunque smetta di aggiornarsi. Il punto centrale non è ciò che si è imparato in passato, ma la distanza crescente tra le proprie conoscenze e un mondo che cambia rapidamente.
Si vuole evidenziare come questa perdita di allineamento sia spesso invisibile: ci si sente adeguati finché non ci si trova, concretamente, in difficoltà davanti a nuovi strumenti, contesti o dinamiche. Il vero rischio non è non sapere, ma non accorgersi di non essere più in grado di applicare ciò che si sa.
L’invito finale è a sviluppare consapevolezza e a rimettersi continuamente in discussione, mantenendo un rapporto attivo con il cambiamento per restare realmente capaci di comprendere e agire nel presente.

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Oltre la competenza: il valore della fiducia nel lavoro

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Di Francesco Naviglio[1]

Oggi spesso la competenza è data per scontata. Titoli, corsi, formazion continua, certificazioni non bastano più a distinguere un professionista. In un contesto saturo di offerte e alternative, ciò che fa davvero la differenza è la fiducia. Non quella dichiarata, ma quella costruita ogni giorno con coerenza, responsabilità e chiarezza. Perché non vince chi sa di più, ma chi riesce a farsi scegliere nel tempo.

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Sicurezza sul lavoro: serve una normativa nazionale unica. Basta con venti sistemi diversi

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In Italia, la sicurezza sul lavoro è un diritto fondamentale tutelato dalla Costituzione in modo uniforme su tutto il territorio nazionale. Eppure, a distanza di anni dall’entrata in vigore del Testo Unico sulla Sicurezza (D.Lgs. 81/2008), viviamo ancora in una giungla di norme regionali che disorientano imprese, lavoratori, formatori e responsabili della prevenzione. Il recente recepimento dell’Accordo Stato-Regioni del 17 aprile 2025 ha riacceso i riflettori su un problema mai risolto: la frammentazione normativa tra le diverse Regioni italiane. È giunto  il momento di dire basta.

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Un’altra regione recepisce l’Accordo Stato-regioni sulla sicurezza sul lavoro. E’ il trionfo della burocrazia.

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Dopo la Lombardia anche l’Emilia-Romagna ha provveduto a recepire l’Accordo Stato-Regioni del 17 aprile 2025.

L’Accordo Stato-Regioni del 17 aprile 2025 doveva rappresentare una sintesi operativa chiara sulla formazione in materia di salute e sicurezza sul lavoro. Invece, il suo recepimento da parte delle Regioni si sta trasformando in una corsa all’eccesso amministrativo. Lombardia produce 200 pagine di allegati, l’Emilia-Romagna risponde con 12 modelli di attestato. Il risultato? Un labirinto normativo che confonde più che chiarire, ostacolando chi nella formazione lavora ogni giorno.

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In considerazione di quanto scritto nella nostra Costituzione: educare alla cittadinanza non è un optional

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Un patto costituzionale tradito?

“In considerazione di quanto scritto nell’Art. 2 della nostra Costituzione, che impone ai cittadini doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale…”: così inizia un impegno solenne, un patto che lega ogni italiano non solo al proprio benessere, ma a quello della collettività.

Eppure, basta guardarsi intorno per porsi una domanda scomoda: siamo stati educati e stiamo davvero educando le nuove generazioni a incarnare questi valori? O ci limitiamo a belle parole, a rituali vuoti, mentre la cittadinanza attiva resta un’utopia lontana? La Costituzione non è un libro di storia, ma una guida viva per costruire una società giusta.

Se falliamo nell’educare a questi principi, tradiamo non solo la Carta, ma il nostro futuro.

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Come rendere efficace un Sistema di Gestione? La Formazione come leva strategica

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“Il solo vantaggio competitivo che un’organizzazione ha rispetto alla concorrenza è la capacità di apprendere più velocemente degli altri.”

Peter Senge

Articolo apparso su Rivista Qualità – 03 2020

Riferendosi ai sistemi di gestione spesso ci si interroga sulla loro capacità di realizzare una reale efficienza della gestione aziendale, della produzione e dell’immagine nei confronti degli stakeholders.

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