
Questo articolo riflette sul progressivo indebolimento della cultura democratica in Italia, partendo dalla stagione del Sessantotto, quando scuola e formazione venivano considerate strumenti fondamentali di emancipazione civile e partecipazione consapevole. Attraverso il confronto con la realtà odierna, segnata da descolarizzazione e crescente analfabetismo funzionale, emerge il rischio di una società sempre più fragile, incline ad affidarsi a leadership autoritarie e a rinunciare al pensiero critico. Un richiamo forte alla necessità di tornare a investire nell’educazione civica e nella cultura come basi essenziali della democrazia.
C’è stata un’epoca, nata tra i banchi e le piazze del Sessantotto, in cui in Italia credevamo fermamente in una cosa: che la democrazia non finisse nell’urna elettorale. Sapevamo che per essere davvero liberi non bastava una scheda in mano, ma serviva una testa ben allenata. In quegli anni, la scuola e la formazione non erano solo “esami da superare”, ma i binari su cui correva il treno dell’emancipazione. Studiare significava smettere di essere sudditi per diventare, finalmente, cittadini.
Il sogno della Costituzione. Chi ha vissuto quella stagione ricorda bene quell’energia. Non era solo ribellione; era il desiderio profondo di dare sostanza alla nostra Costituzione e alla democrazia reale. Educare alla cittadinanza attiva non era un “optional” o una materia noiosa da confinare in un’ora stanca a fine lezione: era l’anima stessa della società. L’obiettivo era ambizioso ma chiaro: formare persone capaci di pensare con la propria testa, capaci di distinguere un diritto da un favore e, soprattutto, la verità dalla propaganda.
Il rischio del silenzio critico Oggi, guardandoci allo specchio, il riflesso è un po’ più appannato. Quella spinta sembra essersi affievolita, lasciando spazio a una sorta di “ritorno all’oscurità” culturale. Parliamo spesso di analfabetismo funzionale, ma dietro questo termine tecnico si nasconde una realtà più amara: stiamo perdendo la capacità di leggere la complessità del mondo.
Quando facciamo fatica a comprendere un testo, a verificare una fonte o a connettere i fatti, diventiamo inevitabilmente più fragili. E una società fragile è una società che, per paura o stanchezza, finisce per cercare l’uomo forte di turno, rinunciando a quel pensiero critico che è l’unico vero scudo contro l’autoritarismo.
Quando si auspica di tornare a investire nell’umano non è solo una questione di investimenti economici, ma di visione. Dobbiamo tornare a credere che la cultura e l’educazione civica siano le fondamenta della nostra casa comune. Perché una democrazia senza cittadini istruiti e consapevoli è come un edificio senz’anima: rischia di crollare al primo soffio di vento.
L’articolo da cui ho tratto spunto per scrivere queste righe mette bene in evidenza questa deriva. Nel testo “Ecco la dementocrazia che chiede sudditi docili”, apparso su “Il Fatto Quotidiano” dell’8 maggio scorso, si sottolinea come la democrazia abbia bisogno di cittadini preparati e culturalmente autonomi, mentre oggi prevale spesso una comunicazione semplificata, emotiva e manipolatoria, che tende a ridurre il pensiero critico e a favorire forme di conformismo sociale.
Anche nel mio articolo “In considerazione di quanto scritto nella nostra Costituzione: educare alla cittadinanza non è un optional” (leggilo quì), dedicato ai giovani italiani e alla difficoltà di comprendere un testo scritto ho evidenziato una situazione preoccupante: il disprezzo crescente verso l’istruzione e la svalutazione dello studio stanno producendo effetti profondi sulla qualità della partecipazione democratica. La diffusione di slogan come “con la cultura non si mangia” o l’idea che l’impegno scolastico sia inutile hanno contribuito a delegittimare il valore stesso della conoscenza.
Quando una società perde progressivamente strumenti culturali adeguati, aumenta inevitabilmente la paura della complessità. E quando prevale la paura, molti cittadini finiscono per cercare protezione in figure percepite come “forti”, capaci apparentemente di garantire sicurezza e stabilità. È un fenomeno già visto nei periodi più bui del primo Novecento, quando le dittature si alimentarono proprio dell’indebolimento culturale delle masse e della sfiducia nelle istituzioni democratiche.
Quindi l’auspicio è di non restare a guardare e usare la cultura come atto di resistenza. Oggi questo pericolo non è più solo un’ipotesi teorica, ma una realtà che bussa alla porta di molte democrazie. Lo vediamo quando il potere si chiude in se stesso, quando l’informazione diventa un monologo e quando la scuola viene messa all’angolo, quasi fosse un peso invece che un’opportunità. Il rischio vero? Quello di scivolare lentamente da cittadini attivi a spettatori passivi, seduti in poltrona a guardare il declino delle nostre libertà come se fosse un film che non ci riguarda.
Per disinnescare questa tendenza, non basta “aggiungere ore di lezione” o riempire le teste dei ragazzi di date e definizioni. Bisogna andare oltre le nozioni: formare persone, non database. Difendere la democrazia oggi significa qualcosa di più profondo: significa investire in una formazione che duri tutta la vita e che insegni a navigare nel mare in tempesta della complessità.
I nuovi movimenti dei ragazzi. Dobbiamo tornare a dare valore allo spirito critico e riscoprire Il coraggio di capire. Non abbiamo bisogno di persone che sappiano solo ripetere concetti, ma di esseri umani capaci di farsi le domande giuste davanti a una notizia, sentirsi parte viva della comunità e capire che la partecipazione non è una fatica, ma l’unico modo che abbiamo per proteggere il nostro futuro.
In definitiva, investire nell’educazione non è una voce di bilancio come le altre: è il miglior sistema di difesa che una società libera possa darsi.
Educare alla cittadinanza attiva, dunque, non è un optional. È una necessità democratica. E forse oggi, più che mai, occorre recuperare quello spirito originario che negli anni Sessanta spinse una generazione intera a credere che cultura, conoscenza e partecipazione fossero gli strumenti fondamentali per costruire una società più giusta, libera e realmente democratica.
Ci sono stati, e ci sono tuttora, episodi che fanno sperare in un nuovo ruolo generazionale capace di guardare al futuro con ottimismo: la Flottilia, i movimenti ecologisti, le nuove forme d’arte e l’impegno nella ricerca scientifica. L’importante è accogliere questi segnali senza limitarsi a criticarli o soffocarli, perché spesso i nuovi impulsi nascono proprio dal dissenso, dalla critica e da ciò che le vecchie generazioni non riescono a comprendere.