E se l’intelligenza artificiale, invece di toglierci il lavoro, ci aiutasse a lavorare meglio?

Oltre la paura della sostituzione: l’AI come opportunità per migliorare la sicurezza, ridurre lo stress e rendere il lavoro più umano. Una prospettiva che trova oggi un importante riconoscimento anche nella legislazione italiana.

Quando si parla di intelligenza artificiale e lavoro, il dibattito finisce quasi sempre nello stesso punto: quanti posti di lavoro spariranno? Le previsioni si rincorrono: quali professioni verranno sostituite, quali attività automatizzate, quali lavoratori diventeranno superflui.

La preoccupazione è comprensibile. Ogni grande trasformazione tecnologica ha cambiato il mercato del lavoro, facendo sparire alcuni mestieri e inventandone altri, e non si può escludere che l’IA abbia effetti pesanti sull’occupazione, soprattutto se il cambiamento non sarà governato con attenzione.

Ma se, oltre a chiederci quanti lavoratori verranno sostituiti, provassimo a chiederci quanti potranno lavorare meglio grazie all’IA?

Quante attività pericolose potrebbero sparire? Quanti incidenti e quante malattie professionali si potrebbero evitare? Quanto stress, quanta fatica mentale, quanto disagio si potrebbero alleggerire?

Forse stiamo dedicando troppa attenzione al futuro dell’occupazione e troppo poca a come cambieranno le condizioni in cui le persone continueranno a lavorare.

Secondo uno studio dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, pubblicato a maggio 2025, circa un lavoratore su quattro nel mondo svolge una professione potenzialmente esposta all’IA generativa. Nella maggior parte dei casi, però, lo scenario più probabile è che le attività si trasformino, non che le persone vengano sostituite.

Se è davvero così, la domanda che conta è un’altra: come vogliamo trasformare il lavoro?

Il vero progresso non è lavorare di più, ma lavorare meglio

Siamo abituati ad associare il progresso tecnologico alla produttività. Una macchina più veloce, un software più efficiente, un processo automatizzato: li valutiamo in base a quanto producono, in meno tempo e a costi più bassi. È una logica comprensibile, ma forse incompleta.

Perché non misuriamo il progresso anche in termini di fatica, rischi e pressione psicologica ridotti per chi lavora?

Se un sistema intelligente permette di finire un compito in meno tempo, perché quel vantaggio dovrebbe tradursi per forza in un raddoppio del carico per la stessa persona? Una parte di quel tempo potrebbe servire ad allentare i ritmi, a organizzare meglio il lavoro, a recuperare energie, a svolgere i propri compiti con più attenzione e più serenità. Non è solo una questione tecnologica: è una scelta organizzativa, economica e, alla fine, culturale.

L’intelligenza artificiale può diventare uno strumento per liberare le persone da una parte del peso del lavoro oppure un mezzo per chiedere loro prestazioni sempre maggiori. Dobbiamo essere convinti che la tecnologia, da sola, non deciderà quale delle due strade percorreremo.

Dalla prevenzione alla capacità di anticipare i pericoli

Nel campo della salute e della sicurezza sul lavoro, l’intelligenza artificiale apre scenari davvero interessanti. Per anni la prevenzione si è appoggiata sui soliti, fondamentali pilastri: individuare i pericoli, valutare i rischi, applicare le protezioni e analizzare quello che è successo (sia gli infortuni veri e propri sia quelli solo sfiorati). Sono strumenti indispensabili e tali devono rimanere, perché rappresentano la base di tutto.

Oggi, però, possiamo fare un passo in più. A questi metodi tradizionali possiamo affiancare tecnologie capaci di elaborare enormi volumi di dati, cogliere al volo piccole anomalie e segnalarci le situazioni a rischio prima che si trasformino in un problema serio.

Pensiamo a una fabbrica in cui sensori e algoritmi monitorano costantemente lo stato dei macchinari: una variazione impercettibile nelle vibrazioni o nella temperatura può essere intercettata subito, evitando guasti improvvisi e pericolosi per chi lavora. In un magazzino, l’IA può aiutare a evitare collisioni tra muletti e pedoni, mentre in un cantiere può semplificare la gestione delle segnalazioni e individuare situazioni di pericolo a vista d’occhio.

Intendiamoci: non parliamo di macchine infallibili capaci di prevedere il futuro. L’IA può sbagliare, prendere lucciole per lanterne o generare falsi allarmi. Proprio per questo non potrà mai sostituire le barriere fisiche, le procedure aziendali e, soprattutto, l’occhio vigile ed esperto delle persone. Però può darci le informazioni giuste al momento giusto, rendendoci molto più pronti a intervenire.

È qui che sta il vero salto di qualità: smettere di usare la tecnologia solo per capire perché un incidente sia già avvenuto, e iniziare a usarla per intercettare in anticipo le condizioni che potrebbero causarlo.

L’IA al servizio della salute (non solo degli infortuni)

Quando si parla di sicurezza, il pensiero va subito ai drammi degli infortuni immediati. Ma c’è un altro lato della medesima medaglia, più silenzioso e strisciante, i cui effetti si vedono solo a distanza di anni: le malattie professionali.

I soliti problemi ergonomici, i movimenti ripetitivi, le posture sbilanciate, l’esposizione a sostanze nocive e la fatica fisica continuano a pesare su tantissimi lavoratori. Anche su questo fronte, l’IA può darci una mano concreta:

  • Analisi ergonomica: software dedicati possono evidenziare posture scorrette o mansioni troppo usuranti, suggerendo come riorganizzare le postazioni.
  • Monitoraggio ambientale: sensori intelligenti possono avvisarci subito se si superano i livelli di guardia per sostanze tossiche o sbalzi di temperatura.
  • Turnazione intelligente: i sistemi di pianificazione possono distribuire meglio i compiti più gravosi tra i lavoratori, evitando che qualcuno accumuli troppo sforzo.
  • Supporto fisico: la robotica collaborativa (i “cobot”), guidata da algoritmi intelligenti, può farsi carico dei sollevamenti più pesanti e delle operazioni fisicamente stancanti.

Naturalmente, tutti questi strumenti vanno testati, validati e usati sempre nel pieno rispetto delle normative e della centralità della persona. Ma il concetto di fondo è molto semplice:

Se usiamo la tecnologia per spingere al massimo la produttività di una macchina, perché non dovremo usarla con la stessa determinazione per proteggere il corpo delle persone che lavorano al suo fianco?

Il rischio che non si vede: lo stress psicosociale

C’è un altro ambito in cui l’intelligenza artificiale potrebbe avere un ruolo importante e che forse merita ancora più attenzione: il benessere psicologico e i rischi psicosociali legati al lavoro.

Negli ultimi anni il lavoro è diventato, in molti contesti, più complesso. Troppe informazioni da gestire, comunicazioni continue, scadenze ravvicinate, interruzioni frequenti, responsabilità in crescita e un confine sempre più sfumato tra tempo di lavoro e tempo personale possono creare un carico mentale significativo. Non sempre la fatica nasce dallo sforzo fisico. A volte deriva dal dover decidere di continuo, rispondere a più richieste insieme, gestire imprevisti o mantenere alta l’attenzione per ore.

L’IA potrebbe alleggerire almeno una parte di questo peso. Pensiamo a un impiegato che passa molte ore a cercare informazioni, compilare documenti, confrontare dati o rispondere a comunicazioni ripetitive. Un assistente intelligente potrebbe occuparsi di alcune di queste attività, lasciandogli più spazio per ciò che richiede giudizio, creatività e capacità relazionali. Pensiamo a un operatore sanitario che, oltre ad assistere le persone, deve portare avanti molte attività amministrative: strumenti ben progettati potrebbero ridurre il tempo speso nella documentazione e restituirlo alla relazione con il paziente. Oppure a un responsabile di reparto alle prese con turni, assenze, carichi di lavoro e imprevisti continui: un sistema intelligente potrebbe aiutarlo a confrontare diverse soluzioni organizzative, tenendo conto dei vincoli operativi, dei tempi di recupero e della distribuzione delle attività.

In tutti questi casi il beneficio non andrebbe misurato solo in tempo risparmiato. Dovremmo chiederci se le persone lavorano con meno pressione, se hanno più autonomia, se riescono a concentrarsi meglio e se si riducono le condizioni organizzative che alimentano stress e affaticamento.

Va però distinta un’opportunità tecnologica da un risultato dimostrato. Introdurre un assistente intelligente non basta a ridurre lo stress. Dipende da come il lavoro viene riorganizzato e da come si usa il tempo liberato.

L’IA può aiutarci a organizzare un lavoro più umano?

Forse una delle applicazioni più interessanti dell’IA riguarda meno la singola attività e più l’organizzazione complessiva del lavoro. Molti rischi psicosociali nascono infatti da problemi organizzativi: carichi eccessivi, poca autonomia, obiettivi poco chiari, conflitti di ruolo, comunicazione inefficace, mancanza di supporto.

L’IA potrebbe aiutare le aziende a riconoscere alcune di queste criticità analizzando i dati organizzativi, purché raccolti e usati con criteri appropriati e nel rispetto della riservatezza. Potrebbe far emergere i reparti in cui si concentrano sistematicamente gli straordinari, i turni più gravosi o gli squilibri nella distribuzione delle attività. Potrebbe simulare modelli organizzativi alternativi, per vedere come una diversa ripartizione dei compiti cambierebbe i carichi di lavoro. Potrebbe anche facilitare l’analisi di segnalazioni e osservazioni raccolte in forma protetta, individuando i problemi ricorrenti che meritano un approfondimento.

Lo scopo non sarebbe diagnosticare lo stress dei singoli lavoratori, cosa che richiederebbe ben altre competenze e garanzie, ma aiutare l’organizzazione a riconoscere le situazioni potenzialmente critiche.

Immaginiamo un sistema che mostri come, in un certo reparto, le richieste operative superino regolarmente le risorse disponibili. La risposta non dovrebbe essere chiedere alle persone di andare più veloci, ma valutare se modificare i carichi, aumentare le risorse o riprogettare il processo. L’efficacia dell’utilizzo della IA non sta nel capire quanto si può ancora chiedere a una persona, ma nel riconoscere quando è il momento di alleggerirle il lavoro.

Il paradosso: l’IA potrebbe ridurre lo stress, ma anche moltiplicarlo.

Non dobbiamo nemmeno cadere nell’errore opposto, quello di chi vede nell’IA solo una minaccia. Sarebbe sbagliato considerarla una soluzione automatica. Gli stessi strumenti che potrebbero migliorare le condizioni di lavoro possono servire a peggiorarle.

Un algoritmo che ottimizza l’organizzazione delle attività potrebbe distribuire meglio i carichi, oppure eliminare ogni pausa e ogni margine di autonomia. Un sistema di monitoraggio potrebbe individuare situazioni pericolose, oppure trasformarsi in uno strumento di sorveglianza continua. Un assistente intelligente potrebbe ridurre le attività ripetitive, oppure diventare il pretesto per assegnare a una persona sempre più lavoro.

L’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro (EU-OSHA) ha messo in luce questi rischi nelle sue ricerche sulla gestione algoritmica dei lavoratori: ritmi più intensi, minore autonomia, controllo costante delle prestazioni e relazioni umane indebolite possono generare nuove forme di stress e disagio.

È un paradosso su cui vale la pena riflettere. Potremmo introdurre l’IA per migliorare il benessere dei lavoratori e ritrovarci con ambienti in cui le persone si sentono continuamente osservate, valutate e spinte a produrre di più. Non sarebbe un fallimento della tecnologia in sé, ma il risultato delle scelte di chi la utilizza.

Il legislatore italiano interviene: l’intelligenza artificiale entra nella valutazione dei rischi

In questo scenario, fatto di grandi opportunità ma anche di rischi nuovi e non sempre facili da riconoscere, assume particolare importanza un recente intervento del legislatore italiano.

Con il Decreto legislativo 7 ottobre 2026, n. 179, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale dell’8 ottobre 2026, è stata introdotta una disposizione dedicata specificamente al rapporto tra intelligenza artificiale e tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro: l’articolo 42, intitolato «Intelligenza artificiale, salute e sicurezza nei luoghi di lavoro», che entrerà in vigore il 23 ottobre 2026.

Merita attenzione perché afferma un principio chiaro: introdurre l’IA nei processi lavorativi non significa uscire dagli obblighi di prevenzione e protezione previsti dalla normativa sulla sicurezza.

Il secondo comma stabilisce che l’uso di sistemi di IA che incidono sull’organizzazione del lavoro, sui ritmi produttivi, sulle modalità di esecuzione della prestazione o sui processi decisionali rilevanti per la sicurezza deve essere considerato nella valutazione dei rischi prevista dall’articolo 28 del D.Lgs. 81/2008.

È un passaggio significativo, perché riconosce che il rischio non dipende solo dalle caratteristiche fisiche di una macchina, dalla presenza di sostanze pericolose o dalle condizioni ambientali. Può nascere anche dal modo in cui un algoritmo cambia l’organizzazione del lavoro, fissa i ritmi, orienta le decisioni e condiziona i comportamenti. Un sistema intelligente che distribuisce automaticamente le attività, per esempio, potrebbe ridurre i sovraccarichi oppure, al contrario, produrre ritmi eccessivi e stress. Un algoritmo che supporta decisioni rilevanti per la sicurezza potrebbe migliorare la prevenzione, ma anche spingere le persone a fidarsi troppo di indicazioni non sempre corrette. Nei casi previsti dalla norma, tutto questo deve entrare nella valutazione dei rischi aziendali.

Il terzo comma prevede poi l’informazione e la formazione dei lavoratori sui rischi specifici legati all’uso dei sistemi di IA e sulle misure di prevenzione e protezione adottate. Non basta insegnare come si usa una nuova applicazione: bisogna mettere le persone in condizione di capirne i rischi, riconoscerne i limiti e usarla in modo consapevole e sicuro.

Il passaggio più interessante, dal punto di vista di questa riflessione, è però nel quarto comma. Il legislatore prevede che il Ministero del lavoro e delle politiche sociali promuova l’uso responsabile dell’IA anche come strumento di prevenzione di infortuni e malattie professionali, in raccordo con gli altri soggetti istituzionali competenti. L’IA, quindi, non è vista solo come possibile fonte di nuovi rischi da valutare e controllare, ma anche come occasione per migliorare concretamente la prevenzione.

Lo considero un’impostazione molto importante, perché supera una visione puramente difensiva dell’innovazione e riconosce che gli stessi strumenti capaci di cambiare il lavoro possono contribuire a renderlo più sicuro. In questo senso, il richiamo al D.Lgs. 81/2008 conferma un principio essenziale del nostro ordinamento: la tutela della salute e della sicurezza deve accompagnare l’evoluzione delle tecnologie e delle organizzazioni produttive.

Naturalmente, la nuova disposizione non significa che ogni applicazione di IA comporti gli stessi rischi o richieda le stesse misure. Bisogna valutare caso per caso le caratteristiche del sistema, il modo in cui viene usato e i suoi effetti sulle condizioni di lavoro. Il messaggio del legislatore, però, è chiaro: l’innovazione digitale non può essere una zona franca rispetto alla tutela dei lavoratori. E questa scelta potrebbe spingere le imprese verso un uso più responsabile dell’IA, in cui la produttività non sia l’unico criterio di giudizio.

Dalla conformità normativa al miglioramento reale delle condizioni di lavoro

L’intervento legislativo è un passaggio importante, ma non basta inserire un nuovo rischio nel Documento di Valutazione dei Rischi per garantire la tutela dei lavoratori. Lo sappiamo bene, anche per l’esperienza maturata con la normativa sulla sicurezza: c’è una differenza sostanziale tra rispettare un obbligo sulla carta e migliorare davvero le condizioni di lavoro.

Il rischio è che anche l’IA venga affrontata solo con nuovi documenti, procedure e adempimenti. Sarebbe un’occasione persa.

L’articolo 42 dovrebbe invece spingere le aziende a farsi domande concrete prima di introdurre un sistema intelligente. Quali attività cambieranno? Quali rischi potrebbero diminuire e quali nuovi potrebbero comparire? I lavoratori avranno più autonomia o saranno controllati di più? Il sistema ridurrà il carico mentale o farà salire le prestazioni richieste? Le persone saranno informate e formate in modo adeguato, e coinvolte nella valutazione degli effetti della tecnologia sul proprio lavoro? E soprattutto: come verificheremo nel tempo se l’IA ha migliorato davvero le condizioni di salute e sicurezza?

A queste domande non si risponde con una valutazione tecnica dell’algoritmo. Bisogna osservare il lavoro reale, ascoltare le persone e verificare gli effetti concreti dell’innovazione.

La valutazione dei rischi dovrebbe quindi diventare anche uno strumento per orientare in positivo la trasformazione tecnologica: non solo per evitare che l’IA provochi danni, ma per capire come possa ridurre quelli già presenti.

Chi deve decidere che cosa deve fare l’intelligenza artificiale.

Questa credo che sia la questione centrale. Non dobbiamo chiederci solo che cosa l’IA sia tecnicamente in grado di fare, ma soprattutto che cosa vogliamo che faccia.

Se il suo obiettivo sarà soltanto aumentare la produttività e tagliare i costi, è possibile che il miglioramento delle condizioni di lavoro resti un risultato secondario. Se invece la tutela della salute, la riduzione dei rischi e il benessere psicologico diventeranno obiettivi espliciti della trasformazione tecnologica, potremo orientare in modo diverso gli investimenti e le scelte organizzative.

Per farlo si dovranno coinvolgere i lavoratori, i loro rappresentanti, i responsabili della prevenzione e le diverse figure aziendali. Servirà trasparenza sulle finalità dei sistemi utilizzati, attenzione alla protezione dei dati personali e garanzie contro forme improprie di controllo. La formazione non dovrà limitarsi a spiegare come usare gli strumenti, ma aiutare a capirne possibilità, limiti e rischi.

Un lavoratore dovrà saper riconoscere quando un’indicazione dell’IA è utile e quando va verificata, un dirigente dovrà sapere se una soluzione organizzativa proposta da un algoritmo sia o meno la migliore per il benessere delle persone e un datore di lavoro dovrà considerare la valutazione dei rischi legati a queste tecnologie parte integrante delle proprie responsabilità di prevenzione. L’IA dovrà supportare le decisioni umane, non diventare un sistema a cui delegare responsabilità che restano delle persone e delle organizzazioni.

Dovremmo iniziare a misurare anche il benessere prodotto dalla tecnologia

C’è un ultimo aspetto su cui vorrei richiamare l’attenzione. Quando un’azienda introduce un nuovo sistema tecnologico, di solito ne valuta il ritorno con indicatori economici e produttivi: quanto tempo abbiamo risparmiato, di quanto è cresciuta la produttività, quali costi abbiamo ridotto. Sono domande legittime a cui si dovrà aggiungere, se non già previsto quante attività pericolose sono state eliminate, quanto è calata l’esposizione dei lavoratori a certi rischi, se si sono ridotte le operazioni ripetitive o fisicamente gravose.  Si dovrà anche valutare se le persone avranno più autonomia, gestiranno meglio il proprio tempo e se miglioreranno le relazioni tra colleghi e responsabili.

Per rispondere serviranno ovviamente valutazioni serie, indicatori adeguati e un confronto con la situazione precedente all’introduzione della tecnologia della IA.

Un sistema di IA che aumenta la produttività del 20% ma genera più stress e peggiora le condizioni di lavoro può dirsi davvero un successo? Al contrario, una tecnologia che porta benefici economici più contenuti ma riduce in modo significativo l’esposizione ai pericoli e migliora il benessere delle persone non dovrebbe valere altrettanto come investimento?

La risposta dipende da quale idea di progresso vogliamo perseguire.

In conclusione non chiediamoci solo quali lavori scompariranno, ma quali e come potranno migliorare

L’intelligenza artificiale ormai è entrata nel mondo del lavoro e continueremo giustamente a discutere delle conseguenze sull’occupazione, delle professioni che cambieranno e delle competenze che serviranno. Credo però sia arrivato il momento di allargare il dibattito.

La trasformazione tecnologica non dovrà essere giudicata solo dal numero di posti di lavoro creati o eliminati, ma anche dalla qualità del lavoro che si modifica. Il problema non è soltanto garantire un’occupazione alle persone ma è fare in modo, per quanto possibile, che quell’occupazione non comprometta la loro salute, la loro sicurezza e il loro equilibrio psicologico.

L’IA può darci strumenti importanti in questa direzione aiutandoci a riconoscere i pericoli, ridurre alcune esposizioni nocive, alleggerire le attività ripetitive, migliorare l’organizzazione e rendere più sostenibili certi carichi di lavoro. Ma, come sottolineato da più parti, può anche produrre l’effetto opposto se la usiamo solo per intensificare i ritmi e controllare le prestazioni.

L’articolo 42 del D.Lgs. 179/2026 è un segnale importante: l’IA va introdotta nei luoghi di lavoro nel rispetto dei principi di tutela della salute e della sicurezza e può diventare essa stessa uno strumento di prevenzione. Ma le norme da sole non basteranno.

La differenza la faranno le scelte delle imprese, le competenze delle persone, la partecipazione dei lavoratori e la capacità di mettere la salute e il benessere al centro e forse prima dell’innovazione.

La vera sfida non è costruire un’IA capace di fare tutto ciò che oggi fanno gli esseri umani, ma costruire un mondo del lavoro in cui, anche grazie all’IA, nessuno sia più costretto a svolgere tante attività pericolose, usuranti o inutilmente stressanti. Se ci riusciremo, avremo fatto un progresso che non si misura solo in produttività ma nel miglioramento  della qualità della vita delle persone.

E’ giunto il momento  di smettere di chiederci quanti posti di lavoro ci porterà via l’intelligenza artificiale  e di iniziare a chiederci quanta salute, quanta sicurezza e quanto benessere potrà restituirci.

Riferimenti

  • Decreto legislativo 7 ottobre 2026, n. 179, articolo 42, Intelligenza artificiale, salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, Gazzetta Ufficiale n. 234 dell’8 ottobre 2026.
  • Decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81, articolo 28, Oggetto della valutazione dei rischi.
  • Regolamento (UE) 2024/1689 del Parlamento europeo e del Consiglio, Regolamento sull’intelligenza artificiale (AI Act).
  • Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), Generative AI and Jobs: A 2025 Update, maggio 2025.
  • Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), Revolutionizing Health and Safety: The Role of AI and Digitalization at Work, aprile 2025.
  • Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro (EU-OSHA), ricerche sulla gestione algoritmica dei lavoratori e sui rischi psicosociali associati alle tecnologie digitali.

 

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