L’intelligenza artificiale non è il problema. Lo è il modo in cui la usiamo.

Da studente passavo ore tra enciclopedie, libri e biblioteche per raccogliere informazioni e costruire relazioni, temi e tesi. Oggi facciamo qualcosa di simile con l’AI, ma in pochi minuti. Il problema non è usare questi strumenti. Il rischio nasce quando smettiamo di verificare, approfondire e pensare con la nostra testa. In questo articolo rifletto sul rapporto tra AI, conoscenza e pensiero critico, e sul pericolo di un possibile “sonno dell’intelligenza” nella società contemporanea

Negli ultimi mesi mi è capitato spesso di parlare di intelligenza artificiale. Ne ho discusso con amici, colleghi, durante riunioni e incontri professionali. E quasi sempre, prima o poi, qualcuno pone la stessa domanda: «Ma come facciamo a capire se un testo è stato scritto da una persona oppure dall’intelligenza artificiale?»

È una domanda comprensibile. Ma più ci penso, più mi convinco che forse non sia questa la domanda davvero importante. Appartengo a una generazione che ha studiato senza Internet e, naturalmente, molto prima dell’intelligenza artificiale.

Quando dovevo preparare un tema, una relazione o, più avanti, una tesi universitaria, passavo ore tra libri, enciclopedie e biblioteche. Cercavo informazioni, confrontavo opinioni, prendevo appunti, a volte copiavo interi passaggi che mi sembravano particolarmente interessanti, per poi rileggerli e utilizzarli nella costruzione del mio lavoro. Credo che molti della mia generazione si riconoscano in questo modo di studiare. Ma non ci limitavamo a copiare.

Quello che trovavamo veniva letto, capito, selezionato, riorganizzato. E inevitabilmente passava attraverso di noi: attraverso il nostro linguaggio, la nostra cultura, le nostre esperienze e anche attraverso le nostre convinzioni. Era proprio questo passaggio a fare la differenza. Le informazioni erano di altri. Il pensiero che ne ricavavamo diventava nostro.

Oggi, per certi aspetti, l’intelligenza artificiale fa qualcosa di simile, solo a una velocità che allora sarebbe stata impensabile. Con una domanda ben formulata possiamo ottenere in pochi secondi informazioni che un tempo avrebbero richiesto ore o giorni di ricerca. Possiamo farci suggerire collegamenti, confrontare argomenti, sintetizzare documenti, costruire una prima bozza. È straordinario, ma è, e rimane, uno strumento ed è qui che, secondo me, sta il punto.

La differenza non la fa soltanto la fonte dalla quale prendiamo le informazioni. La differenza la fa ciò che facciamo dopo averle ottenute.

Un testo prodotto dall’intelligenza artificiale dovrebbe essere letto davvero. Dovremmo chiederci se ciò che dice è corretto, verificare le informazioni, approfondire, correggere eventuali errori. E poi aggiungere quello che nessuna macchina può conoscere completamente: la nostra esperienza, il nostro mestiere, il nostro modo di vedere le cose.

Dovremmo, insomma, metterci qualcosa di nostro, per questo faccio fatica a condividere l’idea che utilizzare l’intelligenza artificiale per scrivere sia, di per sé, qualcosa di negativo.

Nessuno si scandalizzava se uno studente consultava un’enciclopedia. Anzi, gli veniva consigliato. Nessuno considerava scorretto trascorrere un pomeriggio in biblioteca alla ricerca di libri dai quali ricavare informazioni. Perché oggi dovrebbe essere necessariamente diverso? Il problema, allora, non è l’intelligenza artificiale, il problema nasce quando, utilizzandola, smettiamo di utilizzare la nostra.

Se l’AI ci permette di cercare più velocemente, di confrontare più fonti, di organizzare meglio le idee o di risparmiare tempo, ben venga. Ma se cominciamo a delegarle tutto, la ricerca, il ragionamento, la scrittura, il giudizio e magari persino le nostre opinioni, allora qualcosa cambia.

Ed è questo il rischio che mi preoccupa maggiormente. Potremmo entrare, quasi senza accorgercene, in una sorta di “sonno dell’intelligenza”. Non qualcosa che accade improvvisamente. Piuttosto una lenta abitudine a non fare più domande. A non approfondire. A non verificare. A prendere per buona la prima risposta ricevuta perché sembra plausibile e, soprattutto, perché è comoda. A quel punto il problema non sarebbe più tecnologico, sarebbe culturale.

E la questione diventa ancora più delicata in una società che deve già fare i conti con difficoltà nella comprensione dei testi, nella valutazione delle informazioni e nella capacità di distinguere una fonte attendibile da una che non lo è. Quello che spesso definiamo analfabetismo di ritorno potrebbe trovare nell’intelligenza artificiale un alleato oppure un moltiplicatore. Dipende da noi: usata passivamente, l’AI può renderci più pigri intellettualmente, mentre se usata bene, può fare esattamente il contrario, può permetterci di conoscere cose che prima difficilmente avremmo approfondito, mettere in relazione discipline diverse, stimolare curiosità e persino aiutarci a formulare nuove domande.

Per questo credo che dovremmo smettere di concentrarci ossessivamente sulla ricerca degli indizi che permetterebbero di stabilire se un testo è stato scritto da una persona o da una macchina, forse dovremmo preoccuparci di qualcosa di molto più importante.

Stiamo formando persone capaci di utilizzare questi strumenti senza rinunciare alla propria autonomia intellettuale? Persone capaci di dubitare, verificare, discutere una risposta e magari dire all’intelligenza artificiale: no, questa volta hai sbagliato?

Perché il pensiero critico nasce anche da qui. Dalla capacità di non accontentarsi della prima risposta e di guardare un problema da un punto di vista diverso. Da quella curiosità che alimenta anche il pensiero laterale e che nessuna tecnologia dovrebbe farci perdere.

Le enciclopedie non hanno sostituito il pensiero, le biblioteche non hanno eliminato la cultura, Internet non ha cancellato la conoscenza. Sono stati e sono strumenti che abbiamo imparato, più o meno bene, a utilizzare e a governare.

L’intelligenza artificiale rappresenta probabilmente un altro passaggio di questo lungo percorso. Non dovrebbe pensare al posto nostro, dovrebbe aiutarci a pensare meglio e, magari, più lontano per questo la domanda che mi interessa non è più: «Questo testo è stato scritto da un essere umano o da un’intelligenza artificiale?» Preferisco farmene un’altra: «Dietro questo testo c’è ancora qualcuno che ancora pensa?» Qualcuno che lo ha letto, compreso, discusso, magari modificato, qualcuno disposto a metterci il proprio nome e ad assumersene la responsabilità.

Perché l’intelligenza artificiale può portarci molto lontano, ma decidere dove andare dovrebbe continuare a essere compito nostro.