Quando è stata l’ultima volta che hai messo in discussione ciò che sai… forse senza accorgerti che la realtà sta cambiando?

Di Francesco Naviglio[1]

L’articolo riflette sul fenomeno dell’“analfabetismo di ritorno”, sottolineando che non riguarda solo una parte della popolazione, ma può coinvolgere chiunque smetta di aggiornarsi. Il punto centrale non è ciò che si è imparato in passato, ma la distanza crescente tra le proprie conoscenze e un mondo che cambia rapidamente.
Si vuole evidenziare come questa perdita di allineamento sia spesso invisibile: ci si sente adeguati finché non ci si trova, concretamente, in difficoltà davanti a nuovi strumenti, contesti o dinamiche. Il vero rischio non è non sapere, ma non accorgersi di non essere più in grado di applicare ciò che si sa.
L’invito finale è a sviluppare consapevolezza e a rimettersi continuamente in discussione, mantenendo un rapporto attivo con il cambiamento per restare realmente capaci di comprendere e agire nel presente.

C’è un dato che ogni tanto torna a circolare e che, puntualmente, scivola via senza lasciare traccia: in Italia circa il 40% degli adulti è colpito da quello che viene definito “analfabetismo di ritorno”.

È un numero che colpisce, almeno per qualche secondo. Poi succede qualcosa di prevedibile: lo si archivia. Riguarda “gli altri”, il sistema, la scuola, la società.

Raramente riguarda noi.

Eppure la domanda vera non è quanto sia diffuso il fenomeno. La domanda è più semplice, e anche più scomoda: io, oggi, dove mi colloco?

Non è una questione di titoli di studio o di competenze acquisite anni fa.
È qualcosa di più silenzioso. Riguarda la distanza che si crea, quasi senza accorgersene, tra ciò che sappiamo e il mondo che cambia.

Perché il punto non è tanto l’ignoranza iniziale. È quella che arriva dopo. Quando si smette di aggiornarsi, di mettersi in discussione, di rivedere ciò che si dava per acquisito.

Una perdita progressiva di lucidità. Non evidente, non dichiarata. Ma reale.

Se volessimo fermarci un attimo, senza fretta, basterebbe guardare alcuni aspetti molto concreti: il modo in cui lavoriamo, le decisioni che prendiamo, le idee che difendiamo, gli strumenti che utilizziamo ogni giorno

E chiederci, senza scorciatoie: sono davvero aggiornato… o sto andando avanti per abitudine?

C’è poi un rischio più sottile, quello di sentirsi adeguati. Non perché lo siamo davvero, ma perché non abbiamo mai verificato il contrario.

Il mondo cambia, i contesti evolvono, i linguaggi si trasformano. E noi continuiamo a usare le stesse chiavi di lettura, convinti che funzionino ancora, finché non succede qualcosa.

In alcuni casi si verifica un passaggio molto concreto. L’ingresso in una fase diversa e nuova della vita, all’improvviso. Non è mancanza la competenza, viene a mancare l’orientamento.

Ci si viene a trovare, all’improvviso, davanti a strumenti nuovi, dinamiche diverse, contesti che non si riconoscevano più. E la difficoltà non è teorica è pratica.

Non si sa come usare i propri saperi e le proprie competenze. Non come si sono sempre usati, almeno.

Ed è stato lì che si è aperta una crepa: non tra ciò che si sa e ciò che non si sa, ma tra ciò che si crede di saper fare e ciò che, nella realtà, non si riesce più a fare e a capire con la stessa sicurezza.

È una situazione meno rara di quanto sembri. Succede quando cambiano i contesti di lavoro. Quando evolvono le tecnologie. Quando le relazioni si spostano su piani diversi. Succede sempre più spesso e rapidamente oggi, nella società tecnologica.

E noi restiamo fermi, convinti di essere ancora allineati.

A quel punto, il problema non è più “sapere o non sapere”. È accorgersi — o non accorgersi — di quella distanza perché finché non la riconosci, non fai nulla per colmarla.

E allora la domanda iniziale torna, ma cambia peso: non è più una riflessione generale, diventa qualcosa di personale, qualcosa di urgente a cui rispondere.

Quando è stata l’ultima volta che hai davvero messo in discussione ciò che sai? Non per migliorarti in teoria, ma perché ti sei trovato, concretamente, in difficoltà?

Davanti a uno strumento che non padroneggiavi, a un contesto che non capivi fino in fondo, A una situazione in cui le tue competenze non bastavano più?

Forse la risposta non è immediata, forse è proprio questo il punto. Nel momento in cui non riusciamo a rispondere, spesso succede qualcosa di imprevisto: ci fermiamo.

E in quel fermarsi può nascere una forma diversa di consapevolezza. Non quella che rassicura. Quella che ci rimette in movimento.

Non si tratta di colpe, non si tratta di giudicare, si tratta di essere consapevole di ciò che accade. Di continuare a esistere nel mondo non solo per ciò che siamo stati e conosciamo, ma per la capacità di voler restare in relazione con ciò che cambia.

E allora resta solo una domanda, semplice da leggere ma meno da evitare: sei sicuro di essere ancora adeguato a interagire con il mondo che ti circonda… oppure è possibile che qualcosa sia già cambiato, senza che tu te ne sia accorto?

[1] Sociologo dell’Organizzazione, Formatore e Lead Auditor di Sistemi di Gestione. Vice Coordinatore del GTS Formazione di AIAS, Componente del GL UNI 55. – 2026