All’inizio del 2000, per merito di Sergio Marchionne, fui attratto dalla diffusione del termine zulu “Ubuntu” che sottintendeva una filosofia presente nell’Africa sub-sahariana. Il termine si diffuse per merito di Sergio Marchionne.
Sergio Marchionne, scomparso nel 2018, ha lasciato un’impronta profonda non solo nell’industria automobilistica, ma anche nel modo di interpretare la leadership. Presentò il termine “Ubuntu” Durante una cerimonia al Politecnico di Torino, nel 2008. Il termine, allora poco conosciuto in Occidente, deriva dalla lingua zulu e indica, semplificando, che “Una persona è una persona grazie agli altri”.
In un ambiente come quello industriale – dove la competizione e la performance spesso sovrastano i rapporti umani – Marchionne suggeriva una rotta diversa: fare dell’interdipendenza la leva della vera grandezza. La sua visione resta attuale, forse più che mai.
Che cos’è Ubuntu
Ubuntu è un concetto filosofico dell’Africa sub-sahariana. Non si traduce con precisione, ma racchiude idee di comunità, umanità condivisa, solidarietà e rispetto reciproco. È il contrario dell’egoismo. È l’idea che la nostra identità si costruisce nel legame con gli altri. Alcune definizioni chiave:
- “Io sono perché noi siamo”
- “Umanità verso gli altri”
- “Una persona è tale grazie agli altri”
Desmond Tutu spiegava che una persona con Ubuntu non si sente minacciata dalla bontà degli altri, perché ha radici profonde nella consapevolezza di appartenere a un tutto. Nelson Mandela raccontava che in un villaggio africano chi arriva non ha bisogno di chiedere: viene accolto, nutrito, ascoltato. Questo è Ubuntu. Non altruismo ingenuo, ma una forma matura di consapevolezza sociale.
Dall’Africa al Mondo
Spesso abbiamo guardato all’Africa con una lente coloniale: arretratezza, tribalismo, disorganizzazione. Ma Ubuntu ci ricorda che ci sono forme di civiltà basate sulla comunità, sulla condivisione e sulla dignità umana. E che forse non è l’Africa a dover imparare da noi, ma il contrario.
Il presidente sudafricano Thabo Mbeki parlava di un patrimonio morale comune tra tutte le comunità del Paese: ebrei, indiani, afrikaans, neri. Tutti uniti da un codice etico profondo, l’Ubuntu, che oggi è parte fondante della Costituzione sudafricana. È un’idea che può ispirare anche l’Europa di oggi, sempre più frammentata.
Anche Julius Nyerere, in Tanzania, cercò di incarnare Ubuntu nella politica: lo chiamò Ujamaa, un socialismo africano fondato sulla cooperazione. Fu ostacolato da pressioni esterne, ma il suo tentativo resta un esempio di visione alternativa allo sviluppo.
Ubuntu oggi: Etica e Lavoro

Nell’epoca del burnout e del turnover, Ubuntu offre un’alternativa concreta: mettere le persone al centro. In particolare, nei luoghi di lavoro. Un ambiente dove tutti si prendono cura gli uni degli altri non è solo più umano: è anche più sicuro, più produttivo e più resiliente.
In tema di sicurezza sul lavoro, per esempio, Ubuntu significa che la protezione non è solo un dovere individuale, ma una responsabilità collettiva. Si segnalano i pericoli per proteggere tutti, non solo sé stessi. I leader non impongono, ma costruiscono fiducia. E la formazione non è un obbligo, ma una forma di rispetto.
Marchionne, con la sua attenzione all’efficienza e al merito, non fu certo un idealista. Ma il fatto che proprio lui – pragmatico, concreto, visionario – abbia sentito il bisogno di parlare di Ubuntu, dice molto. In un mondo sempre più interconnesso e fragile, ci serve un’etica che tenga insieme il valore della persona e la forza della comunità.
In particola, parlando dell’importanza delle soft skills in ambito aziendale, la filosofia Ubuntu favorisce certamente il rafforzamento di competenze trasversali che aiutano a creare un ambiente collaborativo, facilita la risoluzione dei problemi, e permette di adattarsi meglio ai cambiamenti. Condividere la filosofia Ubuntu facilità lo sviluppo di competenze trasversali quali abilità comunicative, lavoro di squadra, gestione del tempo, problem solving, adattabilità, empatia e pensiero critico.
Ubuntu, sicurezza sul lavoro e cultura della prevenzione
Applicare la filosofia Ubuntu alla sicurezza sul lavoro significa ribaltare l’approccio classico, spesso centrato sul rispetto di norme e procedure, e trasformarlo in una cultura diffusa di attenzione reciproca. Dove l’obiettivo non è solo “non farsi male”, ma “fare attenzione agli altri”.
Nel concreto, questo approccio può essere decisivo nella prevenzione e nella gestione dei near miss – quegli incidenti mancati che non provocano danni immediati ma che, se trascurati, possono portare a infortuni reali.
Ubuntu incoraggia un ambiente in cui segnalare un near miss non è visto come una denuncia, ma come un gesto di cura collettiva. I dipendenti, sentendosi parte di un tutto, capiscono che condividere un errore, una distrazione o un pericolo potenziale non significa esporsi, ma proteggere il gruppo. La cultura del silenzio – spesso dettata dalla paura di ritorsioni o di apparire deboli – si trasforma in una cultura della responsabilità condivisa.
In quest’ottica, anche la relazione tra colleghi cambia: si passa dalla competizione alla collaborazione. Questo atteggiamento rafforza i legami tra le persone, migliora la comunicazione tra reparti e genera un senso di fiducia con impatti positivi anche su produttività e benessere generale.
I responsabili della sicurezza, in questo contesto, diventano facilitatori di dialogo più che controllori. I sistemi di gestione della sicurezza si integrano con pratiche quotidiane di ascolto, empatia e intervento tempestivo, creando un ciclo virtuoso che riduce i rischi e potenzia la resilienza organizzativa.
Ubuntu: il software che nasce da un’idea di condivisione
Ubuntu non è solo una filosofia africana. È anche il nome di uno dei sistemi operativi open source più diffusi al mondo. E non è una coincidenza.
Ubuntu è un sistema operativo basato su Linux, gratuito, open source e orientato alla semplicità d’uso. Lanciato nel 2004 da Mark Shuttleworth, imprenditore sudafricano ed ex astronauta, attraverso la sua azienda Canonical Ltd, è nato con l’obiettivo di creare un software accessibile a tutti, anche a chi non è un esperto di informatica.
Con Ubuntu, decise di reinvestire parte del suo patrimonio in un progetto con una missione sociale e culturale: democratizzare l’accesso alla tecnologia.
All’epoca, Linux era potente ma difficile da usare per l’utente medio. Ubuntu fu progettato per colmare questo gap: offrire un sistema gratuito, stabile e facile da installare, mantenere e aggiornare.
Il nome “Ubuntu” non fu scelto a caso. Shuttleworth, originario del Sudafrica, volle richiamare il concetto africano di comunità, condivisione e collaborazione. Proprio come la filosofia Ubuntu sostiene che “io sono perché noi siamo”, così anche il software si basa sull’idea che la conoscenza e la tecnologia dovrebbero essere condivise per il bene di tutti.
Ubuntu, quindi, è un manifesto tecnologico e culturale: un sistema creato dalla comunità, per la comunità, in cui ognuno può contribuire con il proprio sapere e beneficiare del lavoro degli altri.
In un mondo dove le grandi aziende tech controllano software, dati e infrastrutture digitali, Ubuntu rappresenta una strada alternativa: aperta, accessibile, collaborativa. Viene aggiornato regolarmente, è supportato da una grande comunità di sviluppatori in tutto il mondo, ed è usato anche in progetti educativi nei paesi in via di sviluppo, proprio per la sua gratuità e leggerezza.
Non è solo un sogno, è una risposta alla società che si isola
Ubuntu non è un’utopia buonista. È una scelta concreta: far funzionare meglio le organizzazioni, ridare senso al lavoro, promuovere una leadership che costruisce invece di dividere. È una lezione che ci arriva da lontano, ma che parla esattamente alla crisi dell’oggi.
E come suggeriva Marchionne, “una persona è una persona grazie agli altri” non è solo uno slogan: è una direzione.
Il lavoro è uno specchio della società. E oggi quello che vediamo è un mondo che si chiude. Le relazioni umane diventano sempre più superficiali, le persone si isolano dietro schermi e cuffie. E quando il contatto con l’altro si fa inevitabile – in strada, sul lavoro, in coda a uno sportello – spesso scatta l’aggressività, non la comprensione.
Viviamo in un’epoca in cui l’individualismo esasperato ha prodotto solitudine, diffidenza, e un’incapacità crescente di mettersi nei panni degli altri. L’empatia è diventata un lusso, la solidarietà un ricordo.
In questo scenario, riscoprire Ubuntu non è un esercizio culturale, ma una necessità sociale. È uno strumento per ritrovare la connessione perduta. Non si tratta di tornare a un passato idealizzato, ma di adattare un’antica saggezza africana al presente. Portarla nei luoghi dove viviamo, lavoriamo, decidiamo.
Ubuntu ci insegna che non si può stare bene da soli se intorno c’è malessere. Che nessun successo vale l’isolamento. Che la dignità non è individuale, ma collettiva. E che la cura dell’altro è, in fondo, la forma più alta di sicurezza – sul lavoro, ma anche nella vita.
Bibliografia
Testi in italiano
- Zamagni, Stefano (2008). L’economia del bene comune. Città Nuova.
– Un approfondimento sul valore della reciprocità e della solidarietà nell’economia contemporanea. - Comin, Aluisi (2006). Ubuntu. Per un’etica della solidarietà e del dialogo. EMI.
– Uno dei testi italiani più diretti sull’applicazione del concetto Ubuntu in contesti educativi e interculturali. - Miano, Michele (2020). Etica del lavoro e cultura della sicurezza. FrancoAngeli.
– Approfondimento sulla cultura della sicurezza come responsabilità condivisa. - Melchiorre, Virgilio (a cura di)** (2001). Filosofie dell’interculturalità. Laterza.
– Raccolta di saggi sulla visione filosofica non occidentale, inclusi riferimenti alla filosofia africana. - Sacchetti, Silvia (2012). Fiducia, reciprocità e impresa sociale: un modello cooperativo. Il Mulino.
– Riflessione sui modelli organizzativi orientati al bene comune e al legame sociale.
Fonti internazionali fondamentali
- Tutu, Desmond (1999). No Future Without Forgiveness. Image Books.
– Il ruolo di Ubuntu nella riconciliazione post-apartheid. - Mandela, Nelson (2006). Long Walk to Freedom. Little, Brown and Company.
– Una testimonianza personale del significato profondo di Ubuntu. - Louw, Dirk J. (1998). “Ubuntu: An African Assessment of the Religious Other.” University of the North.
– Studio etico e spirituale sul concetto Ubuntu. - Nyerere, Julius K. (1968). Ujamaa: Essays on Socialism. Oxford University Press.
– Il pensiero africano sul socialismo comunitario. - Gade, Christian B. N. (2012). “What is Ubuntu? Different Interpretations among South Africans of African Descent.” South African Journal of Philosophy, 31(3), 484–503.
– Approfondimento sociologico sulle diverse interpretazioni del concetto. - Harvard Business Review (2022). The African Way: How Ubuntu Leadership Is Shaping the Future of Management.
– Articolo sull’applicazione di Ubuntu nella leadership moderna. - International Labour Organization (ILO) (2021). Promoting a Positive Safety and Health Culture.
– Linee guida per una cultura della sicurezza basata sulla cooperazione e la cura reciproca.