L’intelligenza artificiale non rende ignoranti. Può aiutare l’Italia a tornare a studiare.

La vera domanda non è se l’intelligenza artificiale entrerà nella scuola. La vera domanda è: quale idea di futuro stiamo insegnando attraverso il modo in cui scegliamo di introdurla.

 Il dibattito sull’uso della intelligenza artificiale è dominato da una domanda ricorrente: l`IA renderà le persone meno capaci di pensare? È una preoccupazione legittima in quanto ogni rivoluzione tecnologica che impatta sulla società e sul suo modo di vivere comporta timori e resistenze.

I primi risultati della sperimentazione promossa dal Ministero dell’Istruzione e del Merito[1] nelle scuole italiane, lanciata ad inizio dell`anno scolastico 2024-2025, sembrano raccontare una realtà diversa da quella spesso invocata dai critici dell`introduzione dell`utilizzo della Intelligenza Artificiale nelle scuole. Quindici istituti scolastici di Calabria, Lazio, Lombardia e Toscana sono stati scelti per l`introduzione per due anni di strumenti di intelligenza artificiale nella didattica ordinaria. I primi riscontri hanno evidenziato miglioramenti nello sviluppo culturale e nelle competenze degli studenti, in particolare nell’italiano e nella matematica, oltre a una maggiore efficacia nei percorsi di apprendimento.

I dati emersi dalla sperimentazione meritano attenzione perché possono contribuire in modo positivo in un momento storico particolare. In Italia è ancora presente per il 40% circa della popolazione un fenomeno preoccupante: l’analfabetismo funzionale e di ritorno. I cittadini coinvolti, pur sapendo leggere un testo, incontrano difficoltà significative nel comprenderlo, interpretarlo e utilizzarlo per orientarsi nella vita quotidiana, nel lavoro e nella partecipazione sociale.

A tale proposito si pensa che l’intelligenza artificiale potrà sicuramente favorire lo sviluppo della conoscenza, anche non scolastica, che in caso contrario potrebbe diventare un grave rischio per la convivenza sociale. L`intelligenza artificiale non è solo una nuova tecnologia da introdurre nelle scuole, è soprattutto uno strumento destinato a formare il modo in cui le nuove generazioni penseranno, apprenderanno, lavoreranno e parteciperanno alla vita sociale.

Affrontare le tematiche commesse alla Intelligenza Artificiale in modo superficiale o semplicemente come una mera questione di utilizzo di strumenti sarebbe un errore.

La tematica è molto più complessa in quanto cinvolge un modello di sviluppo della società che, forse senza rendercene pienamente conto, stiamo già da tempo  costruendo.

Se riusciamo ad integrarla con una visione di prospettive future e con responsabilità e metodologie adeguate, l’AI può diventare un alleato straordinario per l’educazione sia dei giovani che contemporaneamente dei cittadini adulti. Può essere utilmente utilizzata in percorsi di apprendimento più personalizzati ad personam, alimentare la curiosità e ampliare l’accesso alla conoscenza di studentesse e studenti accompagnandoli nello sviluppo di competenze oggi decisive: capacità analitica, spirito critico, problem solving, autonomia di giudizio e consapevolezza digitale. Ma il suo valore più profondo è certamente un altro: restituire alla scuola la possibilità di tornare il centro dello sviluppo culturale e civico dei giovani e delle loro famiglie, non come istituzione chiamata a inseguire il cambiamento, ma come luogo in cui il cambiamento viene compreso, interpretato e orientato.

Educare all’intelligenza artificiale, infatti, non significa semplicemente insegnare ai giovani a utilizzare una piattaforma o a formulare un prompt efficace. Significa metterli nelle condizioni di comprendere come funzionano questi sistemi, quali logiche incorporano, quali interessi possono riflettere e quali effetti possono produrre sulla conoscenza, sulle relazioni e sulla libertà individuale e collettiva. Una scuola che affronta seriamente l’AI non forma soltanto utenti competenti: forma cittadini consapevoli, capaci di interrogare la tecnologia invece di subirla, di utilizzarla con intelligenza senza rinunciare alla propria autonomia di pensiero.

Ed è qui che la riflessione si fa decisiva. Tecnologie così potenti non possono essere lasciate esclusivamente nelle mani di pochi soggetti che ne detengono il controllo economico, infrastrutturale e culturale. Quando l’accesso agli strumenti che influenzano informazione, apprendimento, linguaggio e immaginario collettivo si concentra in gruppi di potere ristretti, il rischio non è soltanto una nuova forma di disuguaglianza tecnologica. Il rischio, ben più profondo, è una progressiva compressione del pluralismo, della libertà di pensiero e della capacità di una comunità di custodire, interpretare e far evolvere la propria cultura in modo libero e autonomo.

Per questo la vera sfida non è decidere se l’intelligenza artificiale entrerà nella scuola: è già entrata, e continuerà a trasformare profondamente il contesto educativo. La vera sfida è stabilire con quali principi, con quale visione e con quale grado di responsabilità collettiva sceglieremo di governarla. Se vogliamo che l’AI contribuisca a generare una società futura più competente, più libera e più giusta, dobbiamo investire ora in una scuola capace di educare non solo all’uso della tecnologia, ma alla sua comprensione critica, alla sua direzione etica e alla sua collocazione dentro un progetto democratico con il supporto di famiglie consapevoli.

La qualità della società di domani dipenderà anche da questo: dalla nostra capacità di formare giovani che sappiano usare l’intelligenza artificiale senza esserne usati, che sappiano trarne valore senza sacrificare la propria autonomia, che sappiano innovare senza consegnare il futuro a logiche di controllo. Parlare oggi di AI nella scuola, dunque, non significa discutere di una semplice tendenza tecnologica. Significa prendere posizione, con lucidità e responsabilità, su quale idea di cittadinanza vogliamo promuovere e su quale idea di civiltà vogliamo consegnare alle prossime generazioni. La domanda, allora, è una sola: vogliamo educare giovani capaci di abitare il futuro, o limitarci a prepararli ad accettarlo così come altri avranno deciso di costruirlo?

Perché educare al futuro significa, prima di tutto, scegliere chi vogliamo diventare.

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[1] Dati pubblicati dal Ministero dell’Istruzione e del Merito https://www.agendadigitale.eu/scuola-digitale/ia-nelle-scuole-primi-risultati-positivi-dalla-sperimentazione-mim/