Formazione sulla sicurezza: l’accordo Stato-Regioni del 17 aprile è un passo indietro.

L’articolo analizza criticamente l’accordo Stato-Regioni del 17 aprile 2025 sulla formazione in materia di sicurezza sul lavoro. Si sottolinea l’orientamento conservatore dell’accordo, che ribadisce la centralità della didattica tradizionale in aula e in presenza, ignorando le evoluzioni della formazione contemporanea. Si contrappone a questo modello quello della descolarizzazione dell’apprendimento, che valorizza metodologie più flessibili, digitali e contestualizzate concludendo che, per essere davvero efficace, la formazione sulla sicurezza deve abbandonare la logica burocratica e puntare su strumenti che parlino ai lavoratori e alla realtà concreta del lavoro.

Il 17 aprile 2025 è stato siglato un nuovo accordo Stato-Regioni in materia di formazione sulla sicurezza sul lavoro. Un aggiornamento atteso, certo, ma che rischia di consolidare un impianto formativo ormai datato. Dalle prime bozze che stanno circolando in questi giorni, infatti, Il testo ribadisce l’importanza dell’aula e della presenza fisica dei lavoratori come modalità privilegiata di apprendimento, richiamandosi a una didattica tradizionale che ignora, di fatto, le evoluzioni più recenti nel campo della formazione degli adulti e le esperienze positive di apprendimento descolarizzato.

La rigidità dell’aula

Nel documento si ribadisce che la formazione in materia di sicurezza debba svolgersi principalmente in presenza, in aula, sotto la guida di un docente. Si richiama alla necessità del “coinvolgimento attivo del discente” e alla “valutazione in itinere”, ma dentro una cornice didattica rigida: tempi standardizzati, spazi formali, metodi frontali. Il formatore spiega, il lavoratore ascolta.

È un’impostazione che guarda più al Novecento che al presente. Non tiene conto né della natura mutevole del lavoro, né delle abitudini digitali dei lavoratori, né delle tecnologie che già oggi offrono strumenti più flessibili, personalizzabili ed efficaci per l’apprendimento.

Apprendere fuori dalla scuola

Come sottolineato in altri articoli, la descolarizzazione della didattica – un concetto che prende ispirazione anche dalle teorie di Ivan Illich – non significa assenza di rigore o improvvisazione. Significa spostare il centro dell’apprendimento dalle strutture formative tradizionali al soggetto che apprende. Significa privilegiare modalità più aderenti alla realtà lavorativa: micro-learning, simulazioni digitali, apprendimento sul campo, tutoring tra pari, piattaforme interattive asincrone.

Molti settori, dalla sanità all’industria, hanno già sperimentato con successo metodi alternativi alla lezione frontale, dimostrando che l’apprendimento può essere più efficace quando è integrato nel contesto lavorativo, attivo, distribuito nel tempo e più vicino ai problemi reali.

Un’occasione mancata

L’accordo del 17 aprile 2025, dopo tre anni di confronti e riflessioni, avrebbe potuto – e dovuto – rappresentare un momento di innovazione. Poteva aprire alla possibilità di personalizzare la formazione, di riconoscere le competenze informali già acquisite, di valorizzare il digitale non come supporto, ma come ambiente formativo a pieno titolo. Invece ha scelto la via della continuità, dando per scontato che sicurezza e innovazione non possano convivere.

Sicurezza non è burocrazia

Chi lavora sa che la sicurezza non si impara in una giornata di aula, magari dopo ore passate in fabbrica o in cantiere. Non si costruisce con attestati precompilati, ma con consapevolezza, abitudini corrette e cultura condivisa. E questo si ottiene solo con un’educazione continua, diffusa e partecipata.

Insistere su un modello scolastico centrato sull’aula rischia di perseverare nel considerare la formazione alla sicurezza sul lavoro un noioso e costoso obbligo burocratico, piuttosto che uno strumento reale di prevenzione.

Conclusione

Il lavoro cambia. Le tecnologie cambiano. I lavoratori cambiano. Solo la formazione sulla sicurezza sembra restare ferma. L’accordo Stato-Regioni del 17 aprile mostra un sistema scolastico che ha paura di uscire dalla propria comfort zone.

Continuare a misurare la formazione in ore di aula e firme di presenza vuol dire trattare la sicurezza come un adempimento, non come una cultura da costruire. Va bene sottolineare l’esigenza e l’importanza dell’analisi dei fabbisogni e della progettazione formativa, del fascicolo formativo, delle verifiche di efficacia dei corsi, ma sono tutti argomenti didascalici che chiunque faccia formazione in modo professionale dovrebbe, anzi deve, già conoscere ed applicare. Va bene, ricordiamolo ancora una volta ma non diamogli troppa enfasi,

Se vogliamo davvero ridurre gli incidenti sul lavoro, è ora di abbandonare la logica del “presente = formato” e iniziare a costruire modelli e percorsi formativi che mettano al centro non l’istituzione e la burocrazia, ma chi lavora permettendogli di rientrare in famiglia dopo il lavoro.

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